venerdì 6 settembre 2019

Il pregiudizio sociale sulle facoltà umanistiche


“Il tuo cuore è nel posto giusto, ma dovresti fare ciò che ti rende felice.”
“Beh, non posso, non è pratico!”

Dal film Parole magiche: la vita di J.K. Rowling

Caro umanista,
che tu sia un letterato, uno storico, un filosofo, un linguista, un antropologo (chi è questo sconosciuto?) ti sarai certamente sentito almeno una volta come la protagonista del film, che altri non è che la celeberrima scrittrice J.K. Rowling, autrice di una delle saghe fantasy più lette di tutti i tempi. Qui una giovanissima Joanne, alle prese con un lavoro che la opprime, risponde, usando le parole precedentemente dette a lei dal padre, a un fin troppo empatico datore di lavoro, che sembra davvero un personaggio che esiste solo nei film.
“Hai scelto lettere, quindi farai l’insegnante.”
“A cosa serve la laurea in filosofia?”
“Ma cosa vuoi fare dopo?”
“Il settore editoriale è morto.”
“Non sarebbe meglio prendere economia?”
Aggiungo la mia: “Cos’è l’antropologia? Che lavoro puoi fare?”
E altre innumerevoli affermazioni volte a criticare velatamente una scelta che all’interno del panorama lavorativo odierno risulta sempre più insensata e inspiegabile. La professione dell’intellettuale non esiste più, forse non è mai realmente esistita dal momento che ciò che permetteva ai pensatori del passato di dedicarsi a tempo pieno a questo tipo di attività probabilmente era la fame o il denaro di famiglia.
La laurea umanistica consiste di fatto in un accumulo di cultura, nozioni, ansie e problemi posturali, che finiscono con il costruire un destino incerto, costellato di esperienze lavorative poco affini, durante le quali, tu, caro umanista, dovrai imparare a fare e a essere altro, mettendo da parte le infinite pagine che hai studiato per rassegnarti a diventare “più pratico” per portare a casa qualche euro. E mentre tu ti eserciti a diventare quello che mai avresti voluto essere, quelli che “pratici” lo sono davvero staranno già costruendo la loro carriera, potendosi permettere un’indipendenza economica che tu a venticinque (o più) anni ti sogni la notte e forse anche di giorno.
Mentre le facoltà scientifiche costituiscono nella mentalità comune la presunta garanzia di una professione solida, vera e realistica, quelle umanistiche spesso prendono quasi la forma di un sogno, di un vaso di conoscenze da conservare sigillato in casa ed esibire solo occasionalmente nella pratica di un mestiere che non sempre le riguarda direttamente. Se chi consegue una laurea tecnica o scientifica (o chi sceglie di non conseguirla affatto, iniziando a lavorare solo con il diploma) è considerato lungimirante, intraprendente e utile alla società, l’umanista è più un sognatore impavido, che, se “fortunato”, farà l’insegnante, barcamenandosi tra cooperative, precariato e concorsi vari, altrimenti metterà da parte la propria cultura, coltivata con interesse, amore e passione oggi rari e dimenticati, a favore di certezze che ormai non sono neanche più tali, e amplierà il suo raggio d’azione, candidandosi per posizioni per le quali avrebbe potuto tranquillamente risparmiarsi cinque (o più) anni di retta universitaria (perché quella non è calcolata sulla base degli sbocchi lavorativi), accumulo compulsivo di stress, mal di schiena, giornate e nottate insonni di studio matto e disperatissimo.
L’amore per la cultura, per l’arte, per la letteratura, per il pensiero, rischia sempre più di diventare allo stesso tempo un lusso e una condanna per chi ancora possiede l’ardire di compiere questa scelta, che ti pone talvolta ai margini di un panorama lavorativo attuale che privilegia i numeri alle parole.

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