“Il tuo cuore è nel posto giusto, ma dovresti
fare ciò che ti rende felice.”
“Beh, non posso, non è pratico!”
Dal film Parole magiche: la vita di
J.K. Rowling
Caro umanista,
che tu sia un letterato, uno storico, un
filosofo, un linguista, un antropologo (chi è questo sconosciuto?) ti sarai
certamente sentito almeno una volta come la protagonista del film, che altri
non è che la celeberrima scrittrice J.K. Rowling, autrice di una delle saghe
fantasy più lette di tutti i tempi. Qui una giovanissima Joanne, alle prese con
un lavoro che la opprime, risponde, usando le parole precedentemente dette a
lei dal padre, a un fin troppo empatico datore di lavoro, che sembra davvero un
personaggio che esiste solo nei film.
“Hai scelto lettere, quindi farai
l’insegnante.”
“A cosa serve la laurea in filosofia?”
“Ma cosa vuoi fare dopo?”
“Il settore editoriale è morto.”
“Non sarebbe meglio prendere economia?”
Aggiungo la mia: “Cos’è l’antropologia?
Che lavoro puoi fare?”
E altre innumerevoli affermazioni volte a
criticare velatamente una scelta che all’interno del panorama lavorativo
odierno risulta sempre più insensata e inspiegabile. La professione
dell’intellettuale non esiste più, forse non è mai realmente esistita dal
momento che ciò che permetteva ai pensatori del passato di dedicarsi a tempo
pieno a questo tipo di attività probabilmente era la fame o il denaro di
famiglia.
La laurea umanistica consiste di fatto in
un accumulo di cultura, nozioni, ansie e problemi posturali, che finiscono con
il costruire un destino incerto, costellato di esperienze lavorative poco
affini, durante le quali, tu, caro umanista, dovrai imparare a fare e a essere
altro, mettendo da parte le infinite pagine che hai studiato per rassegnarti a
diventare “più pratico” per portare a casa qualche euro. E mentre tu ti
eserciti a diventare quello che mai avresti voluto essere, quelli che “pratici”
lo sono davvero staranno già costruendo la loro carriera, potendosi permettere
un’indipendenza economica che tu a venticinque (o più) anni ti sogni la notte e
forse anche di giorno.
Mentre le facoltà scientifiche
costituiscono nella mentalità comune la presunta garanzia di una professione
solida, vera e realistica, quelle umanistiche spesso prendono quasi la forma di
un sogno, di un vaso di conoscenze da conservare sigillato in casa ed esibire
solo occasionalmente nella pratica di un mestiere che non sempre le riguarda
direttamente. Se chi consegue una laurea tecnica o scientifica (o chi sceglie
di non conseguirla affatto, iniziando a lavorare solo con il diploma) è
considerato lungimirante, intraprendente e utile alla società, l’umanista è più
un sognatore impavido, che, se “fortunato”, farà l’insegnante, barcamenandosi
tra cooperative, precariato e concorsi vari, altrimenti metterà da parte la
propria cultura, coltivata con interesse, amore e passione oggi rari e
dimenticati, a favore di certezze che ormai non sono neanche più tali, e
amplierà il suo raggio d’azione, candidandosi per posizioni per le quali
avrebbe potuto tranquillamente risparmiarsi cinque (o più) anni di retta
universitaria (perché quella non è calcolata sulla base degli sbocchi
lavorativi), accumulo compulsivo di stress, mal di schiena, giornate e nottate
insonni di studio matto e disperatissimo.
L’amore per la cultura, per l’arte, per la
letteratura, per il pensiero, rischia sempre più di diventare allo stesso tempo
un lusso e una condanna per chi ancora possiede l’ardire di compiere questa
scelta, che ti pone talvolta ai margini di un panorama lavorativo attuale che
privilegia i numeri alle parole.